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È al riparo dagli eventi meteo più estremi, consente un elevato risparmio di acqua, non ha bisogno di pesticidi e non consuma suolo. È l’agricoltura verticale, che coltiva vegetali su più livelli sovrapposti, in ambiente chiuso, indipendente dall’esterno, digitalizzato e completamente controllato. Detta così sembra una formula magica. Soprattutto se si pensa che i cambiamenti climatici rendono sempre più complicata la vita degli agricoltori a cielo aperto, che nel 2050 saremo 9 miliardi sulla terra e che avremo a disposizione il 30% in meno di terra coltivabile rispetto al 1970. L’interesse di fondi di investimento, banche e privati è alto e le fattorie verticali – soprattutto in America, Asia e Nord Europa - stanno vivendo una fase di sviluppo esponenziale, con un mercato che potrebbe arrivare a 30 miliardi di dollari nel 2030. In Italia un manipolo di imprenditori sta iniziando a creare potenziali distretti, in Pianura Padana e non solo. Allora le coltivazioni in campo aperto diventeranno un ricordo? L’agricoltore del futuro sarà un ingegnere? Quale può essere il ruolo di una tecnica di coltivazione agli esordi ma che sta già diventando una vera e propria fucina di soluzioni verso la sostenibilità? In questa puntata di “Madre Terra, l’agricoltura in podcast” cercheremo le risposte con l’aiuto di Micaela Cappellini, giornalista de Il Sole 24 Ore, Stefania De Pascale docente di orticoltura all’università Federico II di Napoli, e Giuseppe Battagliola, presidente di Kilometro Verde, l’ultima nata delle vertical farm tra le più estese in Europa per superficie coltivata.










